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«Un migliore orientamento avvicina giovani e imprese». Simonetta Tebaldini dirigente del Castelli di Brescia insiste sul valore per le aziende di accogliere al meglio i neo-assunti
Simonetta Tebaldini insiste anche sul valore di creare le condizioni per un rapporto di rispetto e fiducia.
Simonetta Tebaldini insiste anche sul valore di creare le condizioni per un rapporto di rispetto e fiducia.
14 Giugno 2025
Federico Piazza
«All’industria serve un numero di diplomati tecnico-industriali dieci volte superiore a quelli che la nostra scuola riesce a produrre».
Simonetta Tebaldini, dirigente dell’Istituto di Istruzione Superiore Benedetto Castelli di Brescia, sintetizza così il rapporto tra il fabbisogno delle aziende bresciane e l’effettiva offerta di «periti».
La questione è particolarmente sentita nei comparti siderurgico e metallurgico, considerato che nel Bresciano il tasso di difficoltà di reperimento di personale da parte delle imprese supera il 50% (dati Excelsior-Unioncamere).
Quanti sono annualmente i diplomati del Castelli?
«Mediamente trecento all’anno. Di questi, la metà va subito a lavorare e l’altra metà si iscrive all’università. E poi nel giro di qualche anno, metà di chi si è laureato trova subito un’occupazione. Ma all’industria bresciana ne servono dieci volte tanti. Alla base di tutto c’è la questione demografica, cioè ci sono pochi giovani».
Ma poi sono comunque ancora pochi quelli che alle superiori scelgono indirizzi tecnici. Come fare?
«Sicuramente pesa tanto l’elemento famiglia. Molti pensano ancora che chi lavora nell’industria si sporca le mani. Invece le fabbriche, oggi, sono ambienti puliti e gradevoli. Si deve fare meglio l’orientamento alla scuola media inferiore, quando le scelte non sono ancora state fatte da ragazzi e famiglie: si trova alla fase dell’istruzione che non è ancora stata riformata».
Cosa serve maggiormente per l’orientamento?
«Occorre fare una rivoluzione sugli insegnanti, che vanno informati, perché spesso non hanno la possibilità di capire cosa è veramente il mondo dell’industria. Su questi temi si fanno tante iniziative, che però restano fini a sé stesse. Serve una maggiore apertura».
C’è un indirizzo tecnico-industriale su cui l’orientamento è particolarmente debole?
«Si continuano a snobbare i percorsi elettrotecnici per applicazioni civili, industriali e residenziali. Invece l’esigenza è alta. Infatti quando ci sono problemi, come nel caso dei blackout di cui recentemente si è parlato molto dopo quello che è successo in Spagna e Portogallo, si capisce quanto queste competenze siano necessarie».
In compenso si parla tanto di Intelligenza Artificiale, anche per uso didattico.
«È una rivoluzione che non deve spaventare. Va governata. Forse produrrà un minore bisogno di forza lavoro per certe attività, ma il capitale umano servirà sempre per progettare, costruire e gestire le macchine».
Tornando alle difficoltà di trovare giovani da assumere, c’è un problema di attrattività del mondo dell’impresa?
«Occorre necessariamente rivedere le proposte economiche destinate ai ragazzi. I contratti di apprendistato generano instabilità e non permettono di costruirsi un futuro. Questo li porta a spostarsi da un’azienda all’altra alla ricerca della migliore proposta economica. Il ragazzo appena arrivato deve certamente essere umile, ma al tempo stesso gli va riconosciuto un contratto adeguato. Si tratta di un principio di base per instaurare un rapporto di fiducia e rispetto.
Poi c’è l’aspetto dell’accoglienza dei ragazzi in azienda. È necessario parlare con loro, conoscerli, vedere le loro potenzialità, smettere di considerarli un numero. Molto spesso invece i giovani vengono accolti da persone che non sono in grado di interagire e di creare un rapporto di fiducia».
Altre istanze da soddisfare?
«L’aspetto internazionale. Molte aziende chiedono ragazzi capaci di muoversi, andare all’estero, parlare in inglese. Ma non ci sono molte opportunità che permettono di vivere queste esperienze al di fuori dei progetti creati dalle singole realtà formative.
La complessità e la restrizione a piccoli gruppi limitano l’efficacia anche dei pur interessanti progetti Erasmus. Al Castelli investiamo molto sullo studio dell’inglese e vogliamo che i ragazzi vivano l’esperienza all’estero al quinto anno, e che si rendano conto cosa significa prepararsi al meglio per avere i documenti a posto e relazionarsi con la cultura di altre nazioni».

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