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Una ventata di aria pulita nelle fabbriche italiane: tecnologie sempre più avanzate, normative da aggiornare e nuove opportunità di lavoro per i giovani nella sfida per la qualità dell’aria

Matteo Giavazzi, direttore della Divisione Aria di Sideridraulic, racconta come l’industria sta cambiando il suo rapporto con l’atmosfera.

25 Febbraio 2025

Federico Piazza

Matteo Giavazzi, ingegnere ambientale esperto di impiantistica industriale per il trattamento secondario delle emissioni aeriformi e direttore della Divisione Aria dell’azienda lombarda Sideridraulic, testimonia che il tema della lotta all’inquinamento atmosferico appassiona gli studenti delle superiori durante le lezioni che tiene nelle scuole.

Perché la qualità dell’aria in Pianura Padana è tra le peggiori d’Europa?

«La situazione geomorfologica del bacino padano, i venti in genere deboli e l’inversione termica favoriscono il ristagno degli inquinanti al suolo. Oggi è assodato che il problema dell’inquinamento atmosferico deriva dalla somma di più sorgenti, sulla globalità delle quali è necessario lavorare: agricoltura, civile, veicolare, industriale. Come ho spiegato nel mio libro “Fondamenti di inquinamento atmosferico ed impianti di trattamento dei fumi”, ci sono modelli matematici implementati in software commerciali che permettono di valutare l’impatto di un impianto prima della sua realizzazione, studiando il pennacchio di emissioni residue e come si diffonde nell’aria. Attraverso le VAS, le valutazioni ambientali strategiche che studiano le sovrapposizioni degli effetti, in una determinata area si possono analizzare le sovrapposizioni e impostare politiche di pianificazione».

La tecnologia per contrastare l’inquinamento dell’aria ha fatto passi in avanti nell’ultimo decennio?

«Indubbiamente sì. La qualità dell’aria sta migliorando nelle nostre città grazie alle nuove tecnologie in ambito industriale, automobilistico, civile. Nel nostro campo, che è l’industriale, è possibile una depurazione sempre più spinta dei fumi prima dell’emissione in atmosfera. Nel civile ci sono caldaie di nuova generazione, mentre nell’automobilistico ci sono veicoli Euro 6 ed elettrici. Bisogna continuare su questa strada».

Cosa serve per ridurre l’inquinamento atmosferico in ambito industriale?

«Bisogna supportare le imprese a spingere sulle tecnologie esistenti più prestazionali per la depurazione dei fumi. Quindi è necessario che vengano allocate le risorse economiche necessarie per incrementare gli investimenti aziendali in tale direzione. In ambito industriale, infatti, per le imprese la tecnologia per depurare i fumi è un costo puro. Se le aziende fossero supportate maggiormente, si doterebbero di impianti ancora più spinti con prestazioni maggiori».

È dunque una questione di soldi?

«Non solo, dovrebbe cambiare anche la normativa sull’inquinamento atmosferico in ambito industriale. Oggi è sempre più diffusa la consapevolezza che le vere particelle dannose sono quelle che non si vedono e non si sentono. Non i PM 10 o PM 2,5 o M 1. Bensì i PM 0,1 che penetrano negli alveoli polmonari e nel sangue. Il problema è che nell’industriale la norma definisce ancora la concentrazione, che è un parametro poco rilevante, e non il numero di particelle: 5 mg suddivisi in 10 milioni di micro particelle fanno più male dei 50-100 mg costituiti da polveri grossolane. La normativa dovrebbe quindi prendere in considerazione anche la metrica numerica oltre a quella ponderale, cioè il numero di particelle per metro cubo».

Come si evita la dispersione nell’ambiente di polveri e acidi dannosi?

«La polvere è captata da filtri meccanici o elettrostatici. Mentre i macroinquinanti inorganici, tipo gli acidi composti di zolfo e di cloro derivanti dall’incenerimento dei rifiuti, sono abbattuti tramite reattori in cui si iniettano reagenti basici che li trasformano in sali, che poi vengono smaltiti in volumi enormemente più bassi rispetto ai rifiuti di partenza. Particelle solide molto inquinanti sono i metalli pesanti. Con le nostre tecnologie noi facciamo depolverazione, cioè filtriamo le particelle solide inquinanti, e depurazione, vale a dire eliminiamo gli acidi in forma di vapore».

Questo settore offre opportunità di lavoro per i giovani?

«Certamente, e non solo a livello di ingegneria e di altre facoltà universitarie. Ci sono anche diplomi tecnici. Alle superiori ho tenuto lezioni sulla problematica dell’inquinamento atmosferico e delle tecnologie per combatterlo in ambito industriale all’indirizzo di scienze applicate del Liceo Scientifico E. Fermi di Pavia, dove su questi temi ho sempre trovato i ragazzi interessatissimi, così come ho trovato un pubblico giovane e interessato nei vari convegni sul tema a cui ho partecipato come relatore».

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