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Settore tecnologico, diplomati in ripresa. Ma non è sufficiente. La domanda delle aziende rimane comunque alta

Nell’utimo decennio anche nel Bresciano sono tornati a crescere gli studenti iscritti a percorsi di tipo tecnico-professionale rispetto ai licei.

31 Maggio 2025

Federico Piazza

Quasi un nuovo diplomato su cinque dell’istruzione secondaria di II grado italiana proviene da istituti della macro categoria «settore tecnologico».
Vale a dire dalle scuole superiori che ancora oggi nel linguaggio comune sono chiamate istituti tecnico-industriali: la storica fucina dei periti che tanto ha contribuito allo sviluppo dell’economia manifatturiera del Paese e di territori come quello Bresciano.

I dati Istat più recenti, relativi agli anni scolastici 2021/2022 e 2022/2023, mostrano che mediamente la quota dei diplomati del settore tecnologico sul totale dei diplomati italiani è stata di circa il 19%.
Sicuramente molto meno che nel periodo del miracolo economico del Paese del secondo dopoguerra del secolo scorso: nel 1967, ad esempio, secondo gli archivi Istat, ben il 73,5% dei diplomi di istruzione secondaria conseguiti in Italia fu di «Abilitazione (tecnica o magistrale)» e solo il 26,5% di «Maturità (classica e scientifica)».

Ma una qualche inversione di tendenza è in atto nell’ultimo decennio. Anche in Lombardia.
Il Bresciano, in particolare, già da anni vede prevalere in diverse zone della provincia il numero degli iscritti a percorsi scolastici di tipo tecnico e professionale rispetto ai licei. A livello nazionale, come si può consultare su IstatData, si è passati da 72.042 diplomati degli istituti tecnici settore tecnologico nel 2015 (di cui il 90,86% nella scuola pubblica) a 94.584 nel 2023 (con l’86,71% nella scuola pubblica). Con un incremento complessivo del 31,29%.

L’analisi

Un ruolo sicuramente rilevante nel determinare questi numeri lo hanno giocato gli istituti privati paritari, con un numero di diplomati tecnico-industriali quasi raddoppiato nel decennio considerato e la relativa incidenza sul totale nazionale ha superato il 13% nel 2023, soprattutto a causa del fenomeno dei «diplomifici» in alcune zone del Sud Italia.

In Lombardia, invece, nello stesso periodo il numero di diplomati degli istituti settore tecnologico privati si è contratto del 7,59%, con una quota sul totale regionale intorno al 6% nel 2023 dopo aver toccato un picco dell’8,31% nel 2016. A crescere in maniera rilevante in ambito lombardo sono stati i diplomati di istituti pubblici settore tecnologico, con un +24,97%.

Il risultato combinato è stato un incremento complessivo del 22,41% dei diplomati, tra pubblici e privati, passati da 10.565 nel 2015 a 12.933 nel 2023.
In provincia di Brescia l’aumento nello stesso arco temporale è stato del 15,93%, da 1.626 a 1.883, grazie al traino degli istituti pubblici (+19,07%) che hanno un’incidenza superiore al 95% sul totale (era il 97,72% nel 2023). Tornando ai dati nazionali, persiste il gap di genere, seppure in riduzione, tra diplomati e diplomate degli indirizzi tecnici.

L’Istat ha rilevato che nell’anno scolastico 2022-2023, mentre il numero di diplomati per la totalità dell’istruzione secondaria di II grado è stato identico per maschi e femmine, il diploma di istituto tecnico è stato conseguito solo dal 21,4% delle ragazze rispetto al 43% dei maschi, quello a indirizzo tecnologico dal 7,1% di studentesse rispetto al 30,6% dei ragazzi.

Tornando alla prospettiva storica sull’evoluzione degli ultimi 50 anni, la valanga di nuovi periti immessa nel mercato del lavoro ai tempi del boom economico è andata via via riducendosi per ragioni che non sono solo demografiche legate al progressivo e rilevante calo della natalità, solo in parte compensato dall’immigrazione, che ha ridotto la popolazione in età scolastica.
Le motivazioni rimandano anche a una questione culturale nella società, ampiamente dibattuta tra esperti e operatori dell’istruzione scolastica e della formazione aziendale.

La forte crescita della liceizzazione dell’istruzione è certamente frutto anche dell’idea molto diffusa che l’istruzione tecnica sia meno qualificata e qualificante.
Una percezione errata che influisce ancora molto sull’orientamento e sulle decisioni finali delle famiglie rispetto al tipo di percorso scolastico secondario a cui indirizzare i figli.

Interessante in tal senso è l’analisi fatta dal pedagogista Giovanni Bertagna nel suo recente saggio, «Giovanni Gentile e la sua riforma», sul ruolo assegnato alle scuole tecniche nell’impianto generale dell’istruzione italiana, che riflette ancora la rielaborazione nel secondo dopoguerra del neoidealismo gentiliano degli anni ’20 del XX secolo. Gli effetti negativi sul mercato del lavoro e sulla competitività del tessuto produttivo odierni sono evidenti, visto che nell’industria rimane alta la domanda di figure professionali e dicompetenze tecniche che le aziende manifatturiere faticano a trovare.

Eppure molti imprenditori e manager dei settori più diversi, a partire proprio dalla metallurgia e dalla meccanica del Nord Italia e del Bresciano, hanno frequentato istituti tecnico-industriali. Come per esempio il Benedetto Castelli di Brescia, l’Arturo Malignani di Udine, l’Alessandro Rossi di Vicenza.
Alcuni hanno poi proseguito gli studi all’università, altri no. E tutti, quando interpellati sul tema, ritengono che l’esperienza formativa negli istituti tecnico-industriali, sia stata fondamentale sia dal punto di vista delle conoscenze acquisite sia come contributo allo sviluppo della loro forma mentis.

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