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Metallurgia, 250 corsi universitari in Italia: «Servono competenze per la progettazione e l’impiego industriale dell’acciaio». Intervista al prof. Renzo Valentini dell’Università di Pisa

Ingegneria meccanica e chimica sono le facoltà dove più si insegnano materie legate ai metalli, ma manca l’indirizzo di studio specifico in ingegneria metallurgica. «Bene le academy aziendali siderurgiche aperte alle collaborazioni con le università e la ricerca specialistica dell’Associazione Italiana di Metallurgia, ma occorre investire sulla formazione per la produzione di pre-ridotto», avverte Valentini, professore ordinario di metallurgia e materiali strutturali dell’ateneo pisano.

01 Ottobre 2026

Federico Piazzza

Professore, quanti corsi universitari di laurea in metallurgia ci sono oggi in Italia?

«Nel nostro Paese non esiste un indirizzo di studio triennale o magistrale specifico in metallurgia né in ambito siderurgico né in ambito metalli ferrosi, a differenza di quanto accade in alcuni Paesi europei come per esempio la Germania e, con numeri ben maggiori, in India e in Cina.

Nelle università italiane sono comunque attivi oggi all’incirca 250 corsi che hanno a che fare con la metallurgia, frequentati da migliaia di studenti. Si tratta prevalentemente di corsi di ingegneria industriale di tipo meccanico, di chimica o similari. Essendo l’acciaio di gran lunga il materiale più utilizzato nell’industria, prevalgono i corsi focalizzati sul siderurgico rispetto a quelli sulle leghe non ferrose.

I ricercatori, i professori e i docenti che hanno titolo di insegnamento universitario in questo settore sono approssimativamente un centinaio in Italia, il che significa che ciascuno tiene in media oltre due corsi.

Va inoltre sottolineato che lo studio e l’insegnamento della metallurgia danno in Italia molto spazio all’utilizzo dei metalli, anche se ci sono alcune eccezioni, come i corsi del Politecnico di Milano che sono centrati più sui processi produttivi dell’acciaio».


Ma perché in un Paese come l’Italia, che è pur sempre il secondo produttore di acciaio in Europa, non c’è un titolo di studio o comunque una specializzazione in “ingegneria siderurgica”?

«In passato la formazione siderurgica universitaria era più diffusa, grazie all’impulso dato nell’immediato secondo dopoguerra dal grande dirigente industriale Oscar Sinigaglia, autore dell’omonimo Piano siderurgico nazionale. Chiamato dall’allora capo del governo Alcide De Gasperi a ristrutturare il settore dell’acciaio distrutto nella seconda guerra mondiale, Sinigaglia aveva da una parte pensato a vari siti produttivi costieri (Genova, Piombino, Trieste, Bagnoli) per avere una maggiore flessibilità del sistema, e dall’altra fece inserire in alcune università delle cattedre specifiche in siderurgia, tenute spesso da dirigenti industriali che si prestavano anche gratuitamente a fare da docenti.

Oggi l’Italia è ancora un’importante economia manifatturiera in ambito meccanico, quindi servono soprattutto competenze per la progettazione e l’impiego industriale dell’acciaio.

In ambito prettamente siderurgico, si segnalano Academy aziendali di gruppi del settore, come per esempio Danieli e Pittini in Friuli Venezia Giulia, che fanno formazione interna coinvolgendo anche istituzioni universitarie. E questa collaborazione tra mondo accademico e aziendale è molto importante.

Ma certamente, avendo l’Italia anche un’importante industria siderurgica, trovo peculiare che non ci siano percorsi di ingegneria specifici per questo settore. Basti pensare che, anche se per decenni Taranto è stata la sede della più grande acciaieria d’Italia, nessuna università in Puglia aveva mai istituito un indirizzo di ingegneria siderurgica.

Questo è stato dovuto anche al disinteresse nel mondo accademico per una scienza che si considerava antica, non capendo invece che è una scienza in evoluzione, e al fatto che le giovani generazioni vedono non solo l’acciaio, ma anche la chimica di base, come argomenti datati. Purtroppo sono settori mal descritti, e quindi l’offerta di questo tipo di studi può non avere un grande appeal».


Che si può fare per rimediare?

«Sono dell’idea che, almeno nelle zone dove operano i grandi gruppi industriali dell’acciaio, si dovrebbe pensare un po’ di più a questo tipo di formazione universitaria. In Toscana per esempio, se il nascente progetto della nuova acciaieria Metinvest Adria a Piombino avrà uno sbocco positivo, noi come Università di Pisa saremo assolutamente disponibili a fare non solo dei corsi dedicati ma anche, probabilmente, a destinare un corso specifico a questi argomenti, realizzando un polo attrattivo per i giovani della regione.

In ogni caso, un contributo importante alla ricerca specialistica in ambito siderurgico lo continua a dare la storica Associazione Italiana di Metallurgia, una realtà no profit a cui partecipano rappresentanti dell’industria e delle università, divisa in gruppi di lavoro tra i quali alcuni sono focalizzati proprio sui processi e le tecnologie siderurgiche: forni elettrici, laminazione a caldo e a freddo, digitalizzazione, etc».


Quali sono i settori in cui nei prossimi anni ci sarà maggiore richiesta di figure specializzate in metallurgia?

«Innanzitutto il rinnovo delle infrastrutture. Gli acciai del futuro dovranno rispondere a criteri di durability, di facilità della manutenzione, di ispezionabilità, sia come ingegneria generale sia come sviluppo dei materiali.

Non dobbiamo per forza pensare ad applicazioni particolarissime come le navicelle spaziali, che pure ci sono. Ma anche e innanzitutto ad applicazioni nella produzione di beni di largo impiego: lamiere moderne delle navi e delle automobili.

L’automotive, in particolare, ha fatto uno sforzo incredibile nell’innovazione dei materiali: le vetture prodotte oggi montano acciai che non esistevano quindici anni fa. Purtroppo non è cosa nota al grande pubblico, che magari guarda più al discorso della motorizzazione tra endotermico, ibrido ed elettrico. E questa evoluzione sui materiali deve necessariamente continuare, a maggior ragione per un Paese manifatturiero come l’Italia che deve puntare più sul lato qualitativo e innovativo che su quello quantitativo».


A proposito di lamiere per le carrozzerie dei veicoli, con la chiusura definitiva ormai certa dell’area a caldo a ciclo integrale dell’ex Ilva di Taranto, e quindi dell’ultimo presidio nazionale di produzione siderurgica da minerale di ferro, l’Italia perderà la capacità di realizzare l’acciaio dotato delle migliori caratteristiche di resistenza rispetto agli standard qualitativi di sicurezza richiesti dal settore automotive?

«In questo momento, onestamente, le tecnologie elettrosiderurgiche alternative al ciclo integrale da minerale non sono ancora in grado di produrre quantità sufficienti di acciaio di questo tipo. Soprattutto perché la materia prima che si mette nei forni elettrici ad arco deve essere un corretto mix di rottami selezionati e di pre-ridotto da minerale di ferro (DRI/HBI).

L’ostinazione di voler immaginare scenari di produzione con forni elettrici di importanti quantità di acciai di alta qualità senza preoccuparsi della materia prima ci farà dipendere dal pre-ridotto importato da Paesi ricchi di gas naturale, necessario nel processo di pre-riduzione del minerale. Se non facciamo quindi un piano di investimenti in impianti di pre-ridotto, la siderurgia italiana soffrirà».


Taranto è il principale sito candidato per un impianto DRI/HBI se si trovasse il modo di rilanciare l’ex Ilva?

«In teoria sì, ma bisogna inevitabilmente affrontare il nodo dell’energia. Per produrre con forni elettrici sei milioni di tonnellate di acciaio di alta qualità, che è la capacità massima prevista dal piano di riconversione dell’area a caldo dell’ex Ilva, servono almeno tre milioni di tonnellate di pre-ridotto di alta qualità.

E per produrre tre milioni di tonnellate di pre-ridotto, in attesa che l’idrogeno verde realizzato con elettricità da fonti rinnovabili diventi una realtà economicamente sostenibile in Italia, occorre disporre di circa un miliardo di normal metri cubi di gas naturale all’anno a un prezzo anch’esso sostenibile. E non è una piccola quantità.

Per questo servirebbe anche la relativa infrastruttura di trasporto del gas: siccome, secondo me, è inimmaginabile basarsi su una quantità enorme di navi gasiere, la soluzione più ragionevole per l’impianto di pre-ridotto a Taranto sarebbe prolungare il gasdotto TAP che arriva in Puglia dall’Azerbaijan».


In Italia ci sono le competenze per costruire e gestire impianti di pre-ridotto?

«Ci sono primarie aziende italiane di tecnologie siderurgiche che realizzano impianti di pre-ridotto installati in altri Paesi. Il know-how per farli non manca, dunque. Occorre formare il personale che li gestirà, sia aggiornando le competenze del personale da reimpiegare sia preparando giovani: servono ingegneri, tecnici, operativi, anche con skill digitali.

Ma per fare queste scelte e realizzare i progetti, nel settore dell’acciaio serve anche una mano dell’intervento pubblico, come del resto accade oggi in ogni Paese».

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2026-10-01T15:39:36+02:00
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